Il faticoso restauro del vigneto di Monte Ilice (Santa Maria La Nave)

Sonia Spadaro, proprietaria di Santa Maria La Nave, ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo ricco di poesia e passione sul restauro di un vigneto sul Monte Ilice.  Si tratta di un appezzamento di terreno sito sul ripido pendio di questo cratere spento, originatosi a seguito di una violenta eruzione avvenuta circa mille anni fa sul versante Sud-Est dell’Etna. Il vigneto è prevalentemente di Nerello Mascalese e Cappuccio, ma al suo interno crescono tanti altri vitigni autoctoni dell’Etna, alcuni quasi estinti, molto rari o non ancora identificati, tutti allevati con l’antico metodo dell’alberello etneo.

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Ecco una parte del suo racconto, che Sonia ci ha gentilmente autorizzato a pubblicare, post  da cui abbiamo scelto anche un paio di foto, post che potete leggere per intero sul blog di Santa Maria La Nave, qui:  Il faticoso restauro del vigneto di Monte Ilice

Ristrutturare, recuperare il bello di un tempo, è qualcosa di nobile se compiuto bene, rispettando la natura dell’oggetto, recuperandone la sua anima offuscata dal tempo. La gente ristruttura case, antiche macchine, oggetti da collezione. La ristrutturazione di un vigneto si muove su un livello diverso, recuperare un piccolo ecosistema, segue regole non scritte o forse scritte nel profondo di ognuno di noi, richiede l’interpretazione di energie antiche e impone un pensiero dinamico diverso. Infatti, bisogna provare a ricordare un passato diverso, mai vissuto, capire perché secoli prima alcuni contadini che avevano tecnologie e saperi diversi dai nostri hanno compiuto scelte di impianto e coltivazione, cercare di leggere la storia delle piante, per capire cosa hanno vissuto, mentre immobili osservavano in silenzio l’alternarsi delle stagioni, mentre i vecchi di ieri nascevano, mentre noi piccoli uomini in mezzo a mille contrasti facevamo guerre, atterravamo sulla luna, curavamo malattie, aprivamo nuove fabbriche oscurando il cielo.

La ristrutturazione di un vigneto si occupa di materia vivente, e di relazioni universali tra esseri viventi con esigenze diverse, talvolta in contrasto con la produzione del grappolo stesso, talvolta in intima simbiosi. Non c’è una regola o un insieme di leggi, bisogna pensare di fare il meglio per qualcosa che un giorno vivrà oltre chi lo sta recuperando. La prima volta che mi arrampicai sul vigneto di Monte Ilice, ho avuto la sensazione di essere in un santuario, passavo in mezzo ad antiche viti più alte di me, vigorose, malgrado la mancanza di vere cure. La giornata era cupa e nuvolosa, ma dal vigneto si vedeva il mare. Venni colpita dal silenzio che mi consentiva di ascoltare la musica della natura che mi avvolgeva e che solitamente non riusciamo a sentire, migliaia di piante e animali che vivono, che respirano insieme. Una musica splendida disturbata solo dal suono dei miei passi sulla sabbia vulcanica.

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Quando dopo diversi mesi Don Alfio decise di passare a me il testimone e la responsabilità del vigneto, e insieme riuscimmo a convincere tutti gli altri proprietari, decisi da subito di fare ordine rimuovendo le cose che erano state lasciate lì o costruite senza una logica di servizio alle viti. Una pulizia durata diversi mesi, tanti giorni di sudore e diversi viaggi di camion per portar via mattoni, reti, ferri, bidoni, vecchie porte, cose inutili messe lì chissà per quale motivo da decenni, segni umani invadenti da cancellare per consentire alla terra di ricominciare respirare. Completata la pulizia, non sapevo ancora cosa avrei dovuto fare. Avevo ascoltato tanti consigli di contadini, agronomi ed enologi, sicuramente più qualificati di me tecnicamente, ma la responsabilità era la mia, e così dovevano anche essere le decisioni. Ho trascorso tante ore nel vigneto, da sola o con altri, ho camminato tanto tra le vigne insieme a Don Alfio, che ne conosceva la storia degli ultimi cinquanta anni e che aveva protetto con tutte le sue energie fisiche ed economiche la parte di sua proprietà, il cuore del vigneto, la parte più forte e antica.

Una sera guardando le viti al tramonto seduta per terra sulla parte più alta di del vigneto a circa 850 metri sul livello del mare, decisi di seguire due sole leggi, quelle che riempivano l’animo di Immanuel Kant di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Era necessario un lavoro titanico, bisognava togliere tutte le piante secche, rompere gli apparati radicali superficiali con una zappatura profonda, risollevare tutte le viti, dotarle di nuovi pali tutori, riequilibrare le potature che in parte del vigneto lasciavano le piante con troppe spalle in una logica di quantità più che qualità.

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